Lo sgabello Lem è uno di quei pezzi che funzionano perché uniscono presenza visiva e precisione tecnica. Disegnato da Shin e Tomoko Azumi per Lapalma, è diventato un riferimento del design contemporaneo per cucine, banconi e spazi contract in cui conta una silhouette pulita ma non anonima. In questo articolo spiego cosa lo rende iconico, quali versioni esistono, come scegliere quella giusta e quali compromessi conviene valutare prima dell’acquisto.
In breve, un classico leggero che funziona meglio con misure precise
- Nato nel 2000, richiama il linguaggio del modulo lunare da cui prende il nome e punta tutto su essenzialità e leggerezza.
- Le varianti principali cambiano per altezza, meccanismo e contesto d’uso: cucina, bar, reception o outdoor.
- La scelta giusta dipende soprattutto dall’altezza del piano, dalla frequenza d’uso e dal livello di manutenzione che accetti.
- Le finiture incidono molto: cromato, verniciato, legno e versioni outdoor restituiscono sensazioni molto diverse.
- È forte quando vuoi un oggetto discreto ma riconoscibile, meno se cerchi una seduta morbida e da permanenza lunga.
Perché il Lem è diventato un’icona del design
Io lo leggo così: non è un oggetto che cerca di farsi ricordare con il volume, ma con la precisione del segno. La sua forma sembra quasi alleggerita da tutto ciò che non serve, e proprio per questo resta impressa. Il richiamo al modulo lunare non è un vezzo narrativo, ma una chiave utile per capirlo: leggerezza, tecnica, continuità visiva, nessun eccesso superfluo.
Il risultato è uno sgabello che funziona in spazi molto diversi senza perdere identità. È abbastanza essenziale da sparire nel contesto quando serve, ma abbastanza riconoscibile da dare carattere a una cucina o a un locale. Il fatto che sia considerato un classico del design contemporaneo, e che sia entrato anche in collezioni museali, dice molto sul suo peso culturale oltre che sul suo valore d’uso. Ed è proprio qui che vale la pena entrare nelle versioni, perché nel Lem la differenza vera non sta solo nell’estetica, ma nell’uso quotidiano.

Versioni e misure che contano davvero
Nella gamma del modello, le differenze non sono decorative ma funzionali. Altezza, meccanismo e possibilità di rotazione cambiano il modo in cui lo userai ogni giorno, quindi io partirei sempre da questo, non dal colore. La scheda tecnica del marchio distingue chiaramente le varianti principali, e per chi deve progettare una cucina o un bancone questo è il dato più utile.
| Variante | Altezza seduta | Meccanismo | Dove ha più senso |
|---|---|---|---|
| S79 | 55-67 cm | Regolabile, girevole | Banconi bassi, isole cucina standard, uso domestico flessibile |
| S80 | 66-79 cm | Regolabile, girevole | Penisole alte, snack bar, cucine dove la misura deve adattarsi a più persone |
| S81 | 80 cm | Altezza fissa, girevole | Bar più alti, reception, spazi contract che richiedono una linea pulita e stabile |
| S83 | 66-79 cm | Regolabile con ritorno automatico | Locali ad alto passaggio, isole condivise, ambienti dove l’ordine visivo conta molto |
| ES81 | 80 cm | Fisso, outdoor | Terrazze, dehors, ambienti esterni coperti o esposti |
La versione S83 è quella che guarderei per prima in un contesto professionale, perché il ritorno automatico della seduta riduce il disordine visivo e rende più fluido il passaggio. Nell’outdoor, invece, cambia il materiale della struttura e della seduta: qui il discorso non è più solo estetico, ma anche di resistenza e manutenzione. Da questa base si capisce già che il Lem non va scelto come un semplice sgabello da catalogo, ma come un piccolo progetto tecnico.
Materiali e finiture che cambiano l’effetto finale
Qui il modello diventa interessante anche per chi lavora d’interni con una certa attenzione ai dettagli. La struttura può essere in cromo opaco, verniciata oppure proposta in nuove finiture galvaniche più contemporanee, come nero spazzolato, blu e verde. Cambia poco sul piano della funzione, ma cambia molto sulla percezione: il cromato dialoga bene con acciaio, pietra chiara e cucine luminose; il nero abbassa il tono e rende tutto più grafico; le tonalità galvaniche danno più personalità a un progetto già molto misurato.
La seduta, invece, può passare da pannelli in multistrato a finiture laccate, laminati tecnici, tessuti, eco-pelle, pelle o soft-leather. Io qui sarei pragmatico: in una cucina vissuta o in un ambiente contract sceglierei superfici più facili da pulire e da mantenere; in un interno domestico più formale puoi permetterti materiali morbidi, ma solo se accetti una manutenzione più attenta. La versione outdoor introduce acciaio inox Aisi 316L, iroko o poliuretano, e qui conviene ricordare un dettaglio concreto: l’iroko tende a scurirsi con la luce, va asciugato dopo la pioggia e beneficia di un trattamento periodico con olio specifico.
In altre parole, il materiale non è un accessorio. È ciò che decide se il pezzo apparirà tecnico, domestico, caldo o più architettonico. Da questo punto si passa naturalmente al luogo in cui il Lem rende davvero bene.
Dove rende di più in casa e nel contract
Lo vedo funzionare meglio quando deve stare vicino a un piano, ma senza appesantire il campo visivo. In una cucina con isola, per esempio, la sua linea sottile aiuta a mantenere il progetto ordinato; in un breakfast bar evita quell’effetto “arredo pesante” che spesso rovina ambienti molto curati. Nei progetti contract, invece, il vantaggio è doppio: presenza riconoscibile e ingombro contenuto.
- In cucina, se vuoi una seduta che non rubi scena a materiali e volumi già importanti.
- Su una penisola, se ti serve un modello snello che permetta di sedersi e rialzarsi con frequenza.
- In un locale o in una reception, se il progetto richiede continuità visiva e un oggetto che resti coerente anche con un uso intenso.
- All’aperto, se scegli la variante giusta e accetti una manutenzione più rigorosa dei materiali.
C’è però un limite da dire con chiarezza: se cerchi una seduta da permanenza lunga, molto morbida e quasi lounge, questo non è il modello che sceglierei per primo. Il Lem lavora bene sull’equilibrio tra comfort rapido e presenza architettonica, non sull’idea di abbraccio o di relax prolungato. Ed è proprio per questo che la misura giusta diventa decisiva.
Come scegliere la configurazione giusta senza sbagliare proporzioni
La regola pratica che uso è semplice: lascia tra seduta e piano un margine di circa 25-30 cm. È lo spazio che rende l’appoggio naturale senza obbligare a sollevare troppo le spalle o a piegare in modo scomodo le gambe. Da lì puoi scegliere la variante più sensata per il tuo caso, invece di partire dal gusto puro e rischiare un errore di proporzione.
| Altezza del piano | Versione che prenderei | Perché |
|---|---|---|
| 90-94 cm | S79 | Lascia il margine giusto sotto il top e resta comoda per colazioni e soste brevi. |
| 95-104 cm | S80 o S83 | È la fascia più versatile per isole e banconi snack, soprattutto se l’uso è frequente. |
| 105-110 cm | S81 o ES81 | Si allinea bene ai bar più alti e mantiene un profilo compatto e ordinato. |
Quando dà il meglio e quando conviene guardare altrove
Per me il punto forte di questo modello è la disciplina formale. Non riempie la stanza, la mette a fuoco. Funziona molto bene quando il progetto ha già una buona grammatica di materiali, perché la sua forza sta nell’allinearsi a un contesto preciso, non nel dominare la scena.
Conviene guardare altrove solo se cerchi una seduta più morbida, con schienale avvolgente o con un carattere più domestico e rilassato. Se invece ti serve un pezzo che regga bene l’uso quotidiano, che tenga insieme cucina, bar e contract e che resti attuale anche dopo anni, questo sgabello continua ad avere un senso molto concreto. Io partirei sempre da tre domande: altezza del piano, intensità d’uso e manutenzione richiesta. Se queste tre risposte sono chiare, il resto viene da sé.